Biografia

Biografia

Carlo Rivalta
(Forlì, 1977)

Dissacranti come battute sarcastiche che irrompono nelle formalità da salotto, ironici come il ready-made prima della sua noiosa canonizzazione, perturbanti come il Sabbiolino raccontato da Freud, il mago che cava gli occhi ai bambini che non vogliono dormire, gli oggetti di Carlo Rivalta sono elementi liminari. Tra l’inanimato e l’animato, esistono nell’immaginazione dell’artista, il cui atto creativo è reazione alla banalità del contemporaneo.

Le opere di Rivalta si avvalgono dell’analitica precisione intellettuale dell’illustrazione – punti di riferimento per lui sono i disegnatori giapponesi, tra cui Shintaro Kago – e dell’irriverenza di un anti-gesto come quello della street art. Sono interpretazioni di un contemporaneo che guarda alla scuola pittorica romagnola – in primis a Mattia Moreni, che romagnolo era d’adozione e a Piero Manai – ma anche alla scena internazionale – due nomi tra tutti, David Shrigley e, per ammissione dello stesso Rivalta, Yoshitomo Nara, i cui bambini che compiono azioni crudeli sono stati una grande fonte di ispirazione per l’artista forlivese. E così come quello di Shrigley, anche il modus operandi di Rivalta potrebbe essere stato ispirato dagli incubi che l’artista ha avuto da bambino.

La potenzialità narrativa dell’opera di Rivalta è subito rintracciabile; ogni suo dipinto e disegno fa parte di un progetto più esteso, un comic book che abbraccia la produzione artistica di vari anni. Nonostante ogni lavoro sia un frammento di un’unità superiore, è capace di esistere autonomamente. Si tratta di aforismi visivi che inneggiano al superamento della post-modernità, perché stanchi del passato e incuranti del futuro. Quasi fenomenologicamente, il presente di Rivalta è l’unica dimensione, temporale e non, su cui ha senso raccontare qualcosa.
Raccontare, non giudicare. E allora, al di là del giudizio, dipingere una bottiglia di Prozac o un peluche è per Rivalta la stessa cosa; sono oggetti, che esistono già, che il pittore non inventa, ma usa come strumenti comunicativi, pezzi e frammenti di storie di cui l’artista si appropria, così come fa con le carte su cui lavora. Le trova spesso per mercatini; scenografiche o geografiche, sono mappe che l’artista fa sue per poi distruggerle, disegnandoci sopra e oscurando così il loro passato.

Assodata la visione estetica anti-gerarchica di Rivalta, bisogna comunque ammettere il suo interesse particolare per lo psicofarmaco, l’oggetto che disegna e ridisegna con precisione grafica. Ricordando Damien Hirst e la sua installazione Pharmacy del 1992, Rivalta è affascinato dalla medicina e dal suo potere, dal farmaco come veleno e cura allo stesso tempo. La ricerca artistica dell’artista romagnolo si apre così a una considerazione sulla società odierna, sulla valenza religiosa della medicina, della pillola, che l’uomo incorpora quasi in un gesto eucaristico, senza mettere in dubbio la sua efficacia. Citando nuovamente Damien Hirst, Rivalta sembra dirsi: “Non capisco perché la maggior parte delle persone credano nella medicina e non nell’arte, senza interrogarsi su nessuna delle due”.

Ci accorgiamo allora come l’oggetto in Rivalta sia davvero al limite dell’inanimato e come, al di là di essere un mero suppellettile, sia soprattutto un indice attivo delle abitudini di vita dell’uomo contemporaneo, buone o cattive che siano.

Elena Dolcini

– O –

Al centro del quadro c’è una forma d’uomo. Provo a descriverlo : non è né magro né grasso, perché può essere entrambe le cose; indossa abiti di varia foggia e genere, spesso magliette e pantaloncini, ma può portare anche uno smoking se l’occasione lo richiede. Privilegia i colori sgargianti, viola, verde, rosso acceso, ma non disdegna il nero o i calzini rosa. A volte decide di esporre il suo stato d’animo con alcune scritte sul petto; può credere in Dio o avere fame, dipende. Può trovarsi in un museo o imbracciare un fucile con la stessa naturalezza, suonare il sax o il trombone, portare a spasso il cane o farsi ritrarre in posa davanti a un quadro di psicofarmaci. A guardarlo bene, la sola cosa che non vuole cambiare è la faccia, una sorta di cranio ovoidale, bianco, da cui spuntano denti senza bocca, incisivi perlopiù, denti privi di labbra e lingua che sembrano rifiutare ogni tessuto molle. E’ un cranio a due dimensioni, l’assenza del naso non aiuta a creare un profilo; si volta, sembra cercare qualcosa, assiste e osserva ma non ha occhi. Si direbbe che lo sguardo, allora, sia nella postura, nella scritta della maglietta, negli oggetti che lo circondano e lo abitano; sì, non guarda, piuttosto è guardato, non sceglie un luogo, ci si trova. Capita. Capita che a volte si imbatta in un brandello di carne che forse ha squarciato, un reflusso esofageo di Bacon, o che appaia fiero dietro a una testa di maiale da cui sbuca il coniglio di Lynch, o di Cunningham, o di Barney, o semplicemente un coniglio. Capita anche che a volte si trovi a fronteggiare un’escrescenza che ne voglia ridefinire i contorni, che si tratti di un fungo o di un rospo poco importa. Ha denti ma anche mani, questo cranio, e può capitargli di sbucciare e deglutire farfalle o di prendere paletta e secchiello per un’infelice regressione tra amici. Ora sì, si imporrebbe di capire chi è questo cranio, o di chi è, o se ha un nome o un titolo, o se è l’alter-ego dell’autore in questo caso pittore, o dargli un’emozione, decidere se è felice o triste, insomma de-finire qualcosa di questo cranio, privarlo di questa insopportabile sospensione, insomma dove viene e dove va, se viene e se va. O. O no. Che sia proprio questa la sua natura, voglio dire la sua identità, questa O con mani denti persa in un tempo che non è un tempo e in un luogo che non è un luogo? Certo, sarebbe davvero un peccato scomodare ancora Freud, e il perturbante, e quell’estraneità che pure ci è familiare. O scoprire, nella mente, che potrebbe essere un soggetto di D.F. Wallace, o meglio, di Sanders, o di una certa corrente post-moderna che dalla letteratura passa a…eccetera eccetera. O. Ecco, c’e’ questa O che è quasi un cranio e che somiglia anche a uno zero. Che non è niente, che si annulla, che divora, che forse spara, che è cancro, che è carne, che è un oggetto tra gli oggetti che pensano, in silenzio. No, forse non è una forma d’uomo, devo essermi sbagliato. Forse è un’altra forma. O no. Forse non ha niente a che fare con questo uOmO. Forse, chissà, un nuovo alfabeto partirà da qui.
F.B.

Questo sito usa cookie necessari a garantirne il funzionamento ottimale e cookie utili per le ulteriori finalità illustrate nella pagina info. Per accettarne esplicitamente l'uso puoi chiudere questo banner, scorrere la pagina, cliccare su un link o proseguire la navigazione in altra maniera. Info Cookie

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi